Mario Monicelli, maestro del cinema italiano, ha sempre parlato della speranza in modo radicale, provocatorio, spesso in aperto contrasto con il modo tradizionale in cui siamo abituati a intenderla. Per lui, la speranza non era un sentimento positivo, né una virtù consolatoria. Era, piuttosto, una forma di rassegnazione mascherata: un meccanismo mentale che spinge l’uomo a rimandare le scelte, a tollerare ingiustizie, a subire condizioni di vita o di lavoro senza ribellarsi. Monicelli sosteneva che la speranza fosse “una trappola”, un’illusione che impedisce di vedere la realtà con lucidità e di prendersi la responsabilità di cambiarla. In questo senso, la sua posizione sembra durissima, quasi cinica, ma nel fondo nasconde una visione sorprendentemente attiva della vita.
In molte interviste, Monicelli spiegava che l’Italia aveva bisogno non di speranza, ma di pessimismo attivo, di quella energia che nasce dalla consapevolezza che le cose vanno male, che il mondo è ingiusto, e che proprio per questo bisogna mettersi in movimento. La speranza, secondo lui, addormenta. Il pessimismo sveglia. E svegliare, per Monicelli, significava smettere di aspettare che qualcuno risolva qualcosa al nostro posto. Significava assumersi la responsabilità, individuale e collettiva, di cambiare ciò che non funziona.
Il regista aveva vissuto guerre, dittature, crisi economiche, trasformazioni culturali profonde; non parlava da teorico, ma da uomo che aveva attraversato la storia italiana del Novecento con uno sguardo insieme ironico e severo. Secondo lui, la speranza diventava pericolosa quando si trasformava in delega: nella fiducia cieca che un leader, un partito, un’istituzione potesse “salvare” il popolo e guidarlo verso un futuro migliore. Per Monicelli, invece, la libertà e la dignità si costruiscono soltanto attraverso il conflitto, la partecipazione, la fatica quotidiana di alzare la testa.
Il suo invito non era alla disperazione, ma all’azione. Non era un pessimismo passivo, ma un realismo combattivo: guardare le macerie e ricominciare a costruire con le proprie mani. Il messaggio, se ascoltato fino in fondo, è persino ottimista: se non ci aggrappiamo più alla speranza come promessa, possiamo ritrovare l’energia per inventare soluzioni nuove. Non aspettiamo, facciamo. Non speriamo, agiamo.
Per Monicelli, dunque, la vera speranza – quella autentica – non è aspettare. È scoprire di poter cambiare. È capire che la vita, pur difficile, può essere trasformata. E che, senza l’illusione della speranza facile, resta la forza dell’uomo che decide di alzarsi, guardare in faccia la verità e lottare per qualcosa di migliore.
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