Negli anni ‘80, probabilmente il canone RAI non era visto di buon occhio nemmeno allora, ma almeno in quegli anni la televisione pubblica offriva programmi che meritavano davvero di essere guardati. Erano produzioni che, nel loro insieme, contribuivano a informare, intrattenere e, talvolta, persino educare. C’era una qualità tangibile, un senso di servizio pubblico che giustificava, almeno in parte, l’esborso richiesto ai cittadini.

Oggi, invece, le reti televisive pubbliche sembrano essere scese a compromessi nel tentativo di competere con le emittenti private. Il risultato? Una programmazione spesso appiattita su contenuti di scarsa utilità, talvolta persino irritanti per la loro superficialità. Non è raro imbattersi in programmi che lasciano lo spettatore con la sensazione di aver perso tempo prezioso, piuttosto che di aver guadagnato qualcosa in termini di cultura, conoscenza o intrattenimento di qualità.

Tra i programmi che invece rendevano il canone quasi un investimento e non una tassa, spicca L’Almanacco del Giorno. Chi lo ricorda, prova un senso di nostalgia difficile da ignorare: quella sigla inconfondibile, il tono rassicurante della narrazione, i contenuti che sapevano trasmettere un senso di quotidianità ordinata e cultura leggera. Era un appuntamento che segnava il tempo e accompagnava la vita di molte famiglie italiane, un piccolo rito serale che oggi sembra lontano anni luce dalla televisione odierna.

Che rimpianto per quei tempi in cui la televisione pubblica era sinonimo di eccellenza, anziché di delusione.

Degno di nota anche Figu, album di persone notevoli.

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